Quando una mia amica ha condiviso con me il post dell’annuncio, all’inizio non gli ho dato importanza, ma poi ho continuato a pensarci e mi sono detto che, in effetti, sarebbe il sogno della mia vita.
In effetti, se mi metto a pensarci, lavorare nel mondo del calcio, lavorare nel marketing all’interno del Calcio Napoli, potrebbe essere il sogno della mia vita. Anche se prima di adesso non ci avevo mai pensato.
Certo che, leggendo l’annuncio, non sarei proprio il candidato ideale: mi manca qualche requisito di base. In più, se devo dirla tutta, ho anche altre caratteristiche che forse non si sposano appieno con ciò che cercate. In particolare:
- Non sono perfettamente a mio agio con i rapporti di lavoro subordinati: rispetto l’ordine gerarchico, ma ho bisogno di autonomia per raggiungere gli obiettivi.
- Non sono giovanissimo. Lo so che l’età non sarebbe un requisito richiesto, ma nella mia azienda prenderei meno in considerazione un 46enne rispetto a un trentenne.
- Ho un socio interista con il quale condivido gli obiettivi professionali (comunque non è juventino).
Tuttavia, penso possano esserci anche altre caratteristiche che possano essere trasversalmente di interesse per una possibile collaborazione:
- Non accetto compensi che non siano legati al raggiungimento di obiettivi: lo scambio di valore è l’unico modo in cui riesco a ricompensare il mio tempo.
- Il mio team è come la mia famiglia: senza di loro non accetto nessun incarico.
Detto questo, se ancora siete su questa pagina e ho ancora la vostra attenzione, mi piacerebbe raccontarvi una versione molto sintetizzata della mia vita lavorativa, da cui si possono evincere le mie competenze principali.
Appena diplomato ebbi un’opportunità di lavoro molto dignitosa per un diciannovenne: entrare come impiegato in una banca. Mia madre avrebbe voluto che la cogliessi. Mio padre era più neutrale, mi lasciava scegliere senza farmi particolari pressioni.
Io ero già molto ambizioso e non riuscivo a convincermi che quella fosse la strada giusta per me. Rinunciai e decisi di provare a fare un’altra cosa: diventare agente immobiliare.
Scattò la scintilla già nella prima ora del mio primo giorno di affiancamento: a fine giornata dissi al titolare, che poi divenne il mio primo socio, che volevo diventare come lui.
Qui arriva la parte un po’ sborona, però è così che è andata: vinsi la gara di fatturato il primo anno e anche il secondo, competendo con altri funzionari che erano molto più avanti di me. Poi mi venne offerta la possibilità di mettermi in proprio e nel 2002 aprii la mia agenzia.
L’inizio fu difficile. Per i primi sei mesi riuscii a resistere grazie ad aiuti economici esterni. Partivo da zero, in una città che non conoscevo, dove non avevo amici né punti di riferimento. Dovevo trovare i collaboratori e costruire una squadra.
Ero giovane e mi trovavo a guidare anche persone che avevano più esperienza di me. Dovevo imparare a scegliere, formare e prendermi delle responsabilità, mentre io stesso avevo ancora moltissimo da imparare.
È stata dura, ma a ripensarci è stata anche una delle esperienze più belle e formative della mia vita.
Le cose cominciarono ad andare bene. L’agenzia crebbe e per diversi anni diventò, credo, uno dei punti di riferimento della città.
Poi qualcosa cambiò. Mi accorsi che non avevo più la motivazione di prima. Qualcosa si era rotto con il settore immobiliare.
Nel settembre del 2010 lasciai l’agenzia ai ragazzi che avevo formato. Non chiesi nulla in cambio. Ero felice che potessero continuare loro: persone che avevo visto crescere e con cui avevo condiviso un pezzo importante della mia vita.
In quel momento stavo abbastanza bene economicamente e potevo permettermi di fermarmi per un po’. Avevo voglia di fare qualcosa di grande, ma non riuscivo a individuare un progetto che mi appassionasse davvero.
Dopo alcuni mesi cominciai a investire in un progetto digitale. Per farlo partire avevo bisogno di capire come promuoverlo, e così mi avvicinai al marketing.
Lì scattò di nuovo la scintilla.
Mi interessava sempre di più capire come raggiungere le persone, cosa le portasse a scegliere, come trasformare un’idea in un’attività capace di crescere. Alla fine lasciai il progetto da cui ero partito e spostai tutte le mie energie sul marketing.
Creai un marchio, cercai dei collaboratori e aprii un’agenzia.
Negli ultimi quindici anni mi sono occupato di comunicazione, sviluppo web e CRM, campagne pubblicitarie e soprattutto della parte che amo, ossia la consulenza. Abbiamo accumulato successi e anche insuccessi. Ho continuato a imparare dalle esperienze e dalle persone che ho incontrato.
Negli ultimi due anni, di nuovo un cambiamento, una nuova scintilla: mi sono appassionato al mondo in evoluzione dell’intelligenza artificiale. Abbiamo cominciato a sviluppare agenti, automazioni e prodotti nostri, con alcuni progetti già lanciati e altri in cantiere. Stiamo orientando sempre di più l’attività in questa direzione e io ho ritrovato quell’entusiasmo che mi viene quando vedo la possibilità di costruire qualcosa.
È questo il modo in cui ho sempre lavorato: ho bisogno di appassionarmi a un obiettivo. Mi piace cercare una strada, capire cosa manca, trovare le persone con cui affrontarla e provare a superare gli ostacoli che si presentano.
Ho sempre lavorato da imprenditore e mi esprimo al meglio quando posso assumermi la responsabilità di un obiettivo, con autonomia nel cercare soluzioni e nel confronto con una squadra. È anche per questo che mi piacerebbe valutare un contributo su un progetto specifico, se ci fosse spazio per le mie competenze.
C’è poi la parte più personale di questa candidatura.
La mia attività oggi mi permette di prendermi cura della mia famiglia e mi dà soddisfazioni. Poter contribuire al Napoli avrebbe per me un significato ulteriore: partecipare attivamente a qualcosa che vivo da sempre, ogni giorno.
Il Napoli è probabilmente l’unica società al mondo per la quale lavorerei anche gratis.
È una cosa che sento davvero. Sapere di aver contribuito a un risultato utile al Club, anche occupandomi di una piccola parte di un progetto, mi darebbe una gratificazione enorme.
Negli anni ho perfino pensato di andare allo stadio e provare a far arrivare un bigliettino al presidente De Laurentiis, che ammiro molto, per propormi. È sempre rimasta un’idea. Oggi, grazie a uno screenshot mandato da un’amica, sto finalmente provando a darle una forma concreta.
Quello che accompagna questa lettera è il primo curriculum della mia vita. Finora non ne avevo mai avuto bisogno. Prepararlo mi ha fatto ripercorrere le scelte, le difficoltà e gli incontri che mi hanno portato fin qui. Naturalmente, fatto dall’intelligenza artificiale.
Se siete arrivati fino a qui, vi ringrazio a prescindere per l’attenzione.
Andrea Apicella







